09:Torino-Genoa

Toccando il Fondo senza risalire

Autore: 
Freddie Beccioni


 

Diceva Roberto Freak Antoni: “Si dice che una volta toccato il fondo, non puoi che risalire. A me capita di cominciare a scavare”.
Se è vero che 18 anni di giochi preziosi hanno trasformato i tifosi del Grifone in minatori, sembra un classico che sia uno dei tecnici più legati al Joker Genoa a farci toccare il Fondo.

Il 666 del suo heavy metal ha trascinato nelle acque tempestose dell’oceano atlantico il Miami Sound dei 777. Solo nonno Andreazzoli, domani, potrà evitarci di affondare all’ultimo posto in classifica.
Proprio Ivan, che poteva essere uno dei candidati alla ricostruzione del Grifone Uozzameriga da Ground Zero, al pari dei già contattati Gasperini, De Canio, Beretta e Liverani.
Perché è chiaro che il passato ce lo stiamo lasciando repentinamente alle spalle, senza badare ad interessi di sorta, un po’ come tra Icardi e Wanda.
Zangrillo, Marco Rossi e Taldo sulle poltrone di Fantozzi nella stanza dei pomelli lo dimostrano e i prossimi ingressi di Fabiani, Milanetto, Imborgia e Capozzucca ci faranno capire che tutto è cambiato, in peggio.
Ma prima di tutto, bisogna esonerare Ballardini e dare un nome ineccepibile alla piazza.
A che punto è Diego Milito con il corso allenatori?
Questi i pensieri più cupi intercorsi tra il 2-1 siglato dal solito Destro, un ciondolante ed affettuoso cocker ormai inevitabilmente simpatico, e il facile tap-in di Brekalo, un talentuoso imperativo anglo-italiano chiamato a distruggere le poche speranze di continuare a risistemare partite mandate in merda nei primi 45 minuti.
Perché la discesa in apnea inizia come sempre poco dopo il fischio del pavido Giacomelli, oggi addirittura meno casalingo e viscido del solito. Il 4-2-Tristezza forzato dello zio, con Fares e Cambiasso a pestarsi i piedi in difesa e il nessuno chiamato Ekubanana (e sono i piedi, per carità, a definirlo tale) a dover rinculare per dare una mano al difensivamente inconsistente Ghiglione.
Due mancini come centrali di difesa completano l’allegra comitiva.
Rovella ormai è un orfano di vent’anni, costretto a giostrare da solo a centrocampo: questa volta vede vagare ancor più frastornato (e un filo meno lento) Touré e capisce che se il suo futuro juventino assomiglierà anche solo lontanamente a quello di Sturaro, sarà una parabola simile a quella di Stefano Accorsi come attore. Questo è il Genoa degli approcci sbagliati, e hai voglia a credere che con Kallon, Pandev o Behrami dall’inizio poteva andare meglio, che Caicedo possa avere più di venti minuti nei muscoli e che Galdames sia ancora un leggendario scudiero del serpente piumato Quetzalcoatl, più che un giocatore pronto per la Serie A.
Così appare naturale che dopo il vantaggio di Sanabria su un cross facile facile, arrivi il raddoppio del Torino piuttosto che la reazione fondista. Il Fondo, così come il mezzofondo, per definizione si esprime alla distanza, ci vuole almeno un’ora. In questo caso serve anche un autogol annullato e poi il cocker scodinzolante dice la sua ad una delle classifiche capocannonieri più squallide del campionato dai tempi di Domenico Penzo. A questo punto il Toro, che non ha la difesa squacquerone del Sassuolo, né quella smemorata del Cagliari e tantomeno la mozzarella a scadenza di Tudor, si rianima e chiude la partita con l’imperativo, prima del guizzo di Kallon per il primo gol di Caicedo in rossoblu. La remuntada questa volta non va in porto, perché la barcarola Genoa è ancora lontana anni luce dall’essere non dico un transatlantico, ma una normalissima nave da crociera in grado di viaggiare senza andare a Fondo da Genova alla Florida.
Ora ci aspettano tre partite della verità, e anche la verità su quello che sta accadendo nella società.
Altrimenti il Fondo che ci accompagnerà lungo questa ennesima stagione tormentata, non sarà uno solo. E come sempre, ci toccherà scavare alla ricerca di perle sempre più rare e difficili da riconoscere anche per noi, instancabili e appassionati cercatori.