Coppa Italia: sedicesimi Sampdoria-Genoa

IL DIO E UN DERBY INCREDIBILE, COME LA VITA

Autore: 
delcu

 
Nessuno riuscirà mai a farmi pensare che la vita possa essere monotona e diafana come la luce dello schermo di uno smartphone.
Che l’antidoto all’infelicità sia la frustrazione, che essere tutti ignoranti sia libertà.
Che gli altri siano da considerare una minaccia o, nella migliore delle ipotesi, degli estranei.
Che il trascorrere del tempo, per prevenire guai peggiori, debba disegnare una bella linea dritta e costante come un encefalogramma piatto.
Che ci si debba abituare ad un lento, telecomandato, alla fine piacevole rincoglionirsi.
No!
Quella che ho imparato a chiamare vita deve essere tutta alti e bassi, deve aspirare al meglio per aspettarsi il peggio, deve sognare prima del risveglio, deve arrivare in fondo con un bagaglio così straordinario ma pesante che ti sentirai quasi alleggerito quando verranno a prelevarti.
Nella mia splendida e faticosa, emozionante e rabbiosa esistenza tra apici e sprofondi, la sera prima celebro il Re delle vette e degli abissi, il Dio assoluto del calcio.
Ne rivedo all’infinito le gesta, le collego a decine di ricordi che fanno già parte del famoso bagaglio, ne godo fino a tarda notte altre che colpevolmente avevo rimosso.
E il pomeriggio successivo, sono a sperare in una finta di Zajic, nel tiro al volo di un uzbeko, dato che non c’è più un Dios e che la sua mano non si trasformerebbe più in poesia, in gesto apotropaico,  ma verrebbe cancellata all’istante dall’encefalogramma VAR, trattandola come fosse un piede di Scamacca.
Non che non ci sia abituato...il giorno in cui El Diego vinceva il suo primo scudetto napoletano e mandava in delirio un popolo, ero attaccato alla radio e alla flebile speranza che il Grifone potesse ancora giocarsi le residue chance di promozione a Lecce, contro un’avversaria diretta.
Dopo una partita più o meno come quella contro l’Udinese ma senza De Paul, andiamo in vantaggio ad un quarto d’ora dalla fine per un fortunoso autogol. 
Bastano 4 minuti e ZAC! Un bel rigore contro.
E a 3 dalla fine i salentini ci lasciano negli inferi, mentre Dio balla a Fuorigrotta.
Anni e anni di anticorpi al piattume che oggi vuol essere regola.
Vaccino AstroZena.
Oggi è un’altra epoca, un altro gioco, un’altra fede forse.
Ma la voglia di esserci, di riaprire per un attimo il baule che magari c’è qualcosa di rossoblu da infilarci dentro, quella c’è sempre.
L’ansia dei tempi migliori, un po’ meno.
Spiego a me stesso l’alibi del cuore che non batte come dovrebbe: se un derby a stadio vuoto è come fare sesso vestiti, uno di Coppa Italia è come farlo baciandosi con la adosso la mascherina.   
Ma altro che sesso, un minuto dopo il fischio d’inizio della straregionale si capisce che anche questa volta il gioco del Genoa è una masturbazione di vecchi.
Lentezza, impossibilità di alzarsi e raggiungere l’obbiettivo.
Si inizia veramente dal basso, con l’incapacità a fare le cose più semplici e soprattutto con le palle mosce.
Maran ci mette senza dubbio del suo: Rovella Sturaro e Zajc si pestano i piedi come scandinavi in un salsodromo, Ghiglione e Pellegrini sono schiacciati dai loro dirimpettai, Scamacca gira al largo e Shumurodov tiene rispettosamente le distanze sociali.
Il giovane talento che l’infamone regalerà a una delle big, pur di guadagnarsi la solita misera plusvalenza per la società e la soddisfacente marchetta per sè, sembra essersi montato i riccioli biondi, la difesa da riserve del Bologna o da titolarissimi del Chievo fa quel che può. Migliore in campo nel primo tempo per il Grifone risulterà essere un ex giocatore vestito di giallo con un occhio nero. Dopo aver compiuto due mezzi miracoli su La Gumina, ci pensa ricciolo biondo a mettere in condizione Verre, uno di quei giocatori che a noi mancano e che nel Ponente fanno la riserva, trova il gol del giovedì.
Come già in campionato, dopo il gol subito non c’è reazione, Zajc si conferma leggero come un vaporetto nel porto di Panama e Rovella ha il tocco registico di Muccino e fa sembrare Thornsby Ingmar Bergman. In compenso Leris sulla fascia pare Ingmar Stenmark, al cospetto di Pellegrini. Ghiglione è assistente di scena e Bani controfigura di sé stesso nel mezzo derby più horror degli ultimi tempi.
Vorrei già richiudere il baule, sento che anche questa volta non ci sarà nulla da aggiungere che non sia tristezza.
Al ritorno dagli spogliatoi c’è però qualcosa di nuovo: Maran ha settato la squadra a 4, spiegando alle due punte i movimenti di scena e inserendo il consumato attore Badelj e la promessa Melegoni, un pandoro bergamasco fragrante e brioso.
Basta questo ad innescare un contropiede giusto, il primo della partita dopo un’oretta e a far cadere le rumente dal piedistallo in cui lutullavano.
Fa tutto Scamacca, con la collaborazione dell’ussaro Eldor che prova a salire sul tetto e poi di Pellegrini che pennella il pallone spinto successivamente in rete da Lerager, che ha i piedi caldi e si arrapa solo quando vede Audero sdraiato.
Dagli abissi alla riemersione, dall’incubo al risveglio sognante: così è il Genoa, espressione della sua città.
Il centravanti del Sassuolo completa la rimonta nell’incredulità di chi, con l’aiuto della tecnologia e dei tassi percentuali sta perdendo la memoria. Tre gol in rapida successione che ci sbattono nuovamente in faccia le contraddizioni e gli splendori a metà dell’essere tifosi della più anarchica, improbabile e per questo autentica squadra di calcio, governata da uno che, nonostante abbia visto e forse tifato Diego Armando, della meraviglia degli ottovolanti e degli splendori non saprà mai nulla, avvolto nelle miserie della sua piccola, arida esistenza.
Lui e quelli come lui non entreranno mai nel baule che richiudo con un sorriso ebete stampato.
C’è troppo Genoa, c’è troppo Maradona per infilarci roba sporca.