26:Roma-Genoa

La solita amatriciana sciapa

Autore: 
delcu

Perdere a Roma, da decenni, per un genoano è una di quelle certezze che non lasciano spiragli alla fantasia. Magari oggi che la fantasia è diventata un lusso non ce ne accorgiamo più, ma all’interno dell’Olimpico c’è una luce strana quando arriviamo noi. Che siano le 9 di sera, che sia l’ora dell’amatriciana o l’ora del té, la lupa ci trasforma in agnellini sacrificali.

In passato ci hanno pensato giacchette nere istruite meglio di faccendieri di Latina da Giorgia Meloni, o cascatori professionisti da far invidia ai mestieranti di Cinecittà. A volte abbiamo fatto tutto da soli, autoflagellandoci con fori difensivi che nemmeno gli scavi della Metro C.
Questa volta il Genoa, in onore di Traiano e dei fasti del Pupone, decide di tornare ad un antico recente, cucinando un'amatriciana sciapa, senza sale in zucca e pepe nei piedi, maranizzandosi con la tecnica del lancio lungo a superare una difesa giallorossa schierata alta e in linea, proponendo due laterali alti di cui uno Zappacosta riproposto a sinistra che non si accentra mai e un Ghiglione che se non sapesse fare i cross sarebbe ancora un giocatore della Pro Vercelli. Significativo che non riesca mai a superare un lemure del calcio come Bruno Peres.
Con ritmi lenti da film di Pietro Germi sembra sfilare via il primo tempo, senza nemmeno qualche dialogo decente e con il neorealismo lasciato a riposare e l’impressionismo filorusso lasciato in panchina con Mikhytarian e Shomurodov.
Ci pensa però la disposizione a zona sui calci d’angolo a regalare emozioni olimpiche. Radovanovic conferma che salvarsi senza un centrale che svolga quel ruolo da quando mamma gli ha tolto i pannolini è impresa ardua, perché non basta avere i tempi, il fisico, la testa. Ci vuole anche il mestiere nelle marcature da fermo, l’astuzia e la cattiveria di un centrale. Ma tutto questo Alice Preziosi non lo sa.
Così dopo Tonelli, ci pensa Mancini a stabilire la legge di Testaccio.
Nel secondo tempo Zio Balla, che nota meno intensità e che ancora una volta ha scelto di affidarsi all’inconsistenza leggiadra di Piaca, inserisce Cassata e l’uzbeko per Ghiglione e il croato, ma il neorealismo diventa giapponese, senza altri harakiri ma con lentezza descrittiva che levati.
La Roma si rilassa, pregusta, non ci casca. Prosegue la litania di lanci lunghi e imprecisi, Masiello e Destro prenotano una vacanza a Sabaudia per tutta la prossima settimana, Zappacosta e Cassata giocano invertiti come Achille Lauro e l’ingresso di Fiorello Scamacca è buono per ingrossare la lista di ex inutili, iniziata con il pacioccone egizio-cinese di Savona e con le zampe affettuose di Destro, a cui oggi mancavano i baffetti all’insù e il bastone per muoversi elegante come Max Gazzè sul palco di Sanremo.
Ultimi minuti di copione scontato, altri lanci lunghi alla Spadafora (alla fine ne abbiamo contati 21) e nemmeno una parata di Pau Lopez. Dall’altra parte il papà di Davide Shorty regala qualche momento thrilling ma non subiamo il previsto 2-0 in contropiede, dando anche l’impressione che una botta di mortacci altrui possa anche farci pareggiare. La città eterna ci restituisce una buona dose di presente inguaiato. A questo punto le partite con l’Udinese e il Parma diventeranno decisive e bisognerà rivedere un Grifone ben diverso da quello dell’ora dell’amatriciana.