UNO SGUARDO SUL MERCATO

 
Finalmente il mercato è finito. Ha dato spunto a molte considerazioni e ha alimentato l’ansia di chi aveva fiducia in Spors, ma non troppo.
 
Ora, a bocce (quasi) ferme, vorrei provare a esprimere la mia opinione relativamente agli interrogativi che più frequentemente sono stati posti sul Muretto durante questi mesi.
 
1. Non è il mercato di Spors.
Questa opinione, condivisa da molti, a mio avviso contiene un fondo di verità. Ma esiterei a parlare di influenze esterne e di condizionamenti, per così dire, “ambientali”.
Da dove si parte per attribuire alle scelte di mercato l’etichetta “Spors”?
Ovvio, dal mercato del dicembre-gennaio scorso.
 
In quel frangente Spors, ingaggiato con colpevole ritardo dopo gli equivoci non risolti della gestione Ballardini e la passiva gestione Shevcenko, era un uomo solo, in una delicata situazione dove perfino Labadia si defilava. E ha dovuto fare scelte solitarie senza sapere chi sarebbe arrivato ad allenare e con quali progetti.
Quindi ha optato per scelte logiche in prospettiva futura, che non avrebbero scardinato il bilancio nemmeno in caso di retrocessione. E per un allenatore che, a posteriori, potesse condividere quelle scelte.
 
Questo mercato è diverso per il semplice motivo che c’è un obiettivo immediato e chiaro, vale a dire la pronta risalita in A, ma soprattutto che non è stato fatto da Spors in solitaria.
Non perché Spors si facesse condizionare da Adamoli o da Zangrillo, ma semplicemente perché le sue scelte venivano fatte insieme a Blessin.
 
È del tutto evidente che, con l’urgenza del risultato, un allenatore preferisca puntare sul famoso mix di gioventù ed esperienza.
Inoltre Blessin ha le sue teorie, che sta verificando alla prova dei fatti. Attualmente, digiuno di esperienza di campo e relativamente ignaro di cosa sia la serie B, chiede garanzie sulla quantità di soluzioni, oltre che sulla qualità. Vale a dire una rosa larga, intercambiabile, soprattutto in quei reparti che lui giudica fondamentali.
 
Credo che Spors abbia tenuto conto di queste richieste, portando esperienza e limitando le scommesse, ma scegliendo comunque profili che, in caso di promozione, possono coprire le spalle ai futuri prospetti o possono essere ceduti in B senza spargimenti di sangue.
Ma non è solo per questo che, tra varie alternative, Spors si è ridotto a prendere, con largo anticipo, gente come Pajac o Coda.
 
2. Non fare mercato per gli altri
Spors lavora per il Genoa e si deve assicurare che i suoi collaboratori, seguendo le sue istruzioni, facciano mercato per il Genoa.
Il caso Piatek, e forse altri che non hanno avuto eco mediatica, gli hanno insegnato alcune cose.
 
Tra i suoi dossier figura, poniamo, un terzino sinistro di grandi possibilità. Si chiama Fenomensson, è titolare della Under21 norvegese e gioca nel prestigioso campionato del Nagorno Karabakh. Contatta la squadra dove gioca e si accorda per comperarlo per 5 milioni. Poi contatta il procuratore e gli offre un triennale a 500mila euro annui. Il procuratore dice sì, ma chiede un paio di giorni per pensarci.
Subito dopo corre a telefonare o scrivere a tutte le squadre italiane di A, a quelle spagnole, francesi, tedesche, olandesi e belghe, magari anche turche, dicendo che il Genoa sta comperando Fenomensson per 5 milioni, ma che il suo protetto, alle medesime condizioni, sarebbe felice di giocare in una serie maggiore anziché nel Genoa in B.
 
Siccome Spors gode di una certa considerazione e molti sanno che le sue scelte non sono peregrine, figuriamoci se una Salernitana, o un Verona, o un Empoli non si svegliano. Senza considerare Spagna, Germania, Olanda, Belgio, Turchia e Danimarca.
 
Spors preferisce dunque evitare che le 4 o 5 squadre che seguono Fenomensson diventino 50 e lo tiene in caldo e coperto per l’anno prossimo in A, quando le probabilità che l’acquisto vada in porto saranno maggiori. Anticipare i tempi, col rischio di farselo portare via dal Monza di turno, solo perché il Monza è in A, non è saggio.
Non solo. Fa due conti e calcola che Fenomensson, rispetto a Pajac, garantisce un 50% di rendimento superiore. Ma questo 50%, se gli altri ruoli sono ben coperti, deve essere diviso per 10, essendo il calcio un gioco di squadra. E alla fine conclude che, per un 5% di rendimento di squadra in più, Fenomensson non sposta più di tanto gli equilibri e che Pajac per quest’anno può bastare.
 
3. Adamoli e Zangrillo
Diamo il giusto peso alle interferenze.
Sarebbe meglio se non ci fossero e se l’ambiente remasse all’unisono con la Dirigenza. Ma non è così, non è mai stato così e non sarà mai così, soprattutto a Genova.
 
Adamoli non lavora per il Genoa. Lavora sul Genoa e quel che gli interessa è la sua carriera e il credito che gode presso il suo giornale e presso i suoi pochi o tanti lettori.
Sa che, entro certi limiti, può spararle grosse gratis. Ma sa anche che esiste un possibile target disposto a seguirlo su un certo terreno. Questo target è quello che assicura interesse per quel che scrive. Ha solo bisogno di un’esca per suggestionare i lettori, come un pifferaio capace di incantare il maggior numero possibile di topi.
C’è un’esca perfetta per il suo target. Si chiama Gasperini. E i luassi abboccano.
 
Attenzione, in questo schema i vari Zangrillo, buona parte dei giornalai e dei sedicenti opinionisti al pesto, possono anche essere in buona fede. Vedove dei fasti (?) del Vate e dei 20 anni di serie A di Preziosi, nonché dei numeri di telefono di Sculli e di Criscito, abbonati ai ricevimenti a corte, anche senza vino e salatini, cavalcano il sogno evocato dal pifferaio. Non si tratta di sparare sulla nuova proprietà. Si tratta solo di lanciare un sassolino e nascondere la mano dietro “il bene del Genoa”. Se la crociata del O1Y andasse male, potrebbero sempre farsi belli con un “io lo avevo detto”. Se il disegno Spors&Blessin si concludesse con il ritorno in A, accomodarsi sul carro del vincitore sarebbe facile e in ogni caso potrebbero sempre sostenere, senza controprova, che Gasperini avrebbe raggiunto la promozione già a Natale.
 
Non bisogna fidarsi di loro quando pompano come fenomeni i vari Coda, Strootman, Puscas e via dicendo. Lo fanno solo per potere sostenere, in caso di promozione, che con una squadra così avrebbe vinto anche il loro cognato idraulico in panchina, ma soprattutto per potere sparare sull’allenatore e sulla Dirigenza, in caso di mancata promozione o di promozione sofferta.
 
4. Conclusione
In conclusione, io rimango ottimista.
Non appartengo al partito dei O1Y, perché non credo che si possa vincere facilmente un campionato di B nemmeno con Dybala e Lukaku al posto di Portanova e Coda. Ci sarebbe sempre da soffrire.
Mi piace Blessin per la sua personalità, ma sono consapevole che fino al gennaio scorso era più pratico di play station che di campo e che sta studiando da allenatore (bene, a mio modo di vedere).
 
La condizione fisica, per il suo gioco, è fondamentale.
Si lamenta di come il Genoa sta giocando e vorrei capire che cosa si aspetta dalla riconquista della palla, che cosa non lo soddisfa della gestione.
 
Nemmeno a me piace come gioca il Genoa, ma ho fiducia in lui. Piano piano aggiusterà le cose.
Per esempio la logica rugbistica dei lanci alti in avanti, il ripudio del gioco palla a terra. Ho notato che i difensori in difficoltà spesso buttano palla in fallo laterale. La cosa si ripete abbastanza spesso e non mi sembra del tutto casuale. Sospetto che Blessin, se il difensore si trova in emergenza e non ha un appoggio sicuro, gli chieda questa soluzione rugbistica (palla buttata in fallo laterale il più lontano possibile) per poi andare a pressare alto.
 
In generale vedo, nella prima parte della partita, una sorta di orgasmo nel volere ad ogni costo conquistare palla che produce un’infinità di scontri in spazi ristretti. Questo atteggiamento pagava quando, per salvarti, dovevi mettere in difficoltà squadre superiori tecnicamente, ma mi chiedo quanto paghi ora contro squadre che si chiudono e che la palla, fino a metà campo, te la lasciano gestire volentieri. E invoco una soluzione qualsiasi che consenta al nostro playmaker di partecipare frequentemente alla costruzione dell’azione. Badelj sa fare anche il mediano di lotta e di sudore, ma in parte la sua intelligenza calcistica viene sprecata.
 
Dovremo prepararci a un campionato di vertice, ma pur sempre di sofferenza. Finora i nostri successi sono stati risicati, ma chiari. E avremmo meritato anche i 3 punti contro il Benevento.
Tuttavia, fra soffrire per salvarsi e soffrire per rimanere in testa c’è una bella differenza. Basta che non ci tagliamo le vene per un pareggio o per una sconfitta casuale, quando verrà (e verrà certamente).
Siamo il Genoa, siamo temprati alla sofferenza.
Lasciamo il delirio del “vincere sempre e facile” ai chulos del Real Madrid.