GENOA!!!

 

Nel dormiveglia dei Genoani, quando i sogni si denudano e fanno l’amore fra il tic tac della sveglia e una lucidità ancora stordita, l’idea che prevale è soltanto una: promozione diretta in A, e senza neppure l’insidiosa strettoia dei playoff.
Tutti sanno che è un’impresa complessa, ma tutti vogliono crederci pur facendo finta di dubitarne, per cabala.
I precedenti non sono incoraggianti, ma il raffronto con il passato deve tener conto dei contesti, sempre diversi e sempre deformati da quello strano gioco di specchi rossoblu che complica il banale e semplifica l’intricato.
La retrocessione del 1934 non fa testo, fu un incidente, come se oggi andasse giù il Napoli o la Roma, con Stabile Pratto e Bonilauri in squadra (un po’ come cadere in B con Pruzzo e Damiani nel 1978, incredibile ma vero).
Naturalmente fu promozione immediata, e già 2 anni dopo il Genoa vinceva quell’oggetto miksterioso chiamato “Coppa Italia”.
Ma dopo le “discese ardite”, il problema vero sono le “risalite”, perché il semplice schema A-B-A, cioè scendere e salire subito, non si è mai più verificato.
Certo, abbiamo avuto un C-B-A nel 2007, impresa gasperiniana condivisa con Juve e Napoli, ma è un’altra cosa, non conforme alla situazione classica di chi affronta il trauma del tracollo e in una sola stagione risorge. Perché? Perché è maledettamente difficile.
Toccherà quindi ai benemeriti 777 rammendare il buco nella calza prima che si sgretoli anche l’altra, evitando di dover camminare scalzi per qualche anno nelle paludi della cadetteria.
I corvi e gli avvoltoi stanno già dipingendo la futura B come fosse una Premier League in miniatura, e Parma Cagliari Bari e Palermo sembrano l’Arsenal o il Leicester: è la prudenza, bambole,  l’importante è che il Sudtirol non mi diventi il Castel di Sangro, perché abbiamo già dato.
E comunque un bel Genoa – Cosenza me lo rivedo volentieri, tanto non sarà più arbitrato dal losco Nucini.
Per quanto mi riguarda ho deciso: io firmerei per salire in due anni, però con l’impegno di creare un’ossatura  rivolta al futuro, perché il ruolo di ascensore non si addice al blasone del Genoa.
Siamo quasi tutti consapevoli che la svolta del Grifone non sia stata solo un passaggio di quote, ma anche di mentalità e di stile.
Resistono ancora alcuni irriducibili dei sontuosi progetti di Preziosi, di quel che poteva fare e non ha fatto, ma soprattutto di ciò che ha fatto e non avrebbe dovuto fare.
Si tratta di nostalgici e, per analogia, a loro dedico una famosa frase del duce pronunciata pochi giorni dopo la marcia su Roma. Adattata alla situazione Genoa, contiene analogie inquietanti:
“Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere, mi sono imposto dei limiti…
Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo, ma non ho voluto.”

Ecco, se non andare in Champions fu una scelta sciagurata, e se l’imbroglio della licenza Uefa mandò in Europa il Doria al nostro posto, l’idea di una società Genoa ridotta a un bivacco di manipoli rappresenta bene lo sfruttamento, lo svilimento e le macerie che il tiranno ha lasciato dietro sé, dilapidando il nostro patrimonio di passione... e non solo.
L’unica attenuante che riconosco a Preziosi è aver evitato la cessione a qualcuno peggio di lui, o come lui.
E anche se ora sta litigando con i 777 per rosicchiare gli ultimi avanzi del banchetto, l’idea di non vederlo più pontificare tra le insidiose trappole che i giornalisti locali gli tendevano nelle interviste, è già per me una vera promozione conquistata in anticipo.
 

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