IMMUNI A VERONA

Autore: 
Freddie Beccioni

Parlare di calcio in questo periodo è come ballare di architettura, avrebbe detto lo Zio Frank.
Un altro Franco a noi più caro probabilmente avrebbe detto di peggio.

Qualcosa bisogna pur fare per tenersi vivi, avrebbe invece appuntato Charles Bukowski, l’idolo mio e del mio quasi omonimo Cardinale Becciu.
Ma noi siamo genoani, mica tifosi creati in laboratorio e persino Pandev, anche se un po’ ci somiglia, è ben lontano dall’essere un pangolino.
La prima squadra d’Italia, testimonial della App “Immuni” e prima beneficiaria del bonus che il Governo regala ogni 12 contagi, arriva a Verona senza nulla da perdere, anche perché forse c’è un conticino da saldare dallo scorso luglio.
Tra quelli che si sono tenuti bene (niente al confronto di Ibrahimovic, ovviamente) questa sera in campo dall’inizio ci sono l’Untore, anzi l’Unto dalla Vecchia Signora Mattia e Radovanovic.
Behrami, Biraschi e Burioni sono invece seduti in panca, insieme a qualche futura plusvalenza asintomatica.
Va in scena una gara fisica in cui Juric mostra di soffrire Maran più di quanto lui non abbia sofferto Faggiano e si capisce che senza un regista come il genero e senza l’intelligenza di Amrabat a centrocampo per gli scaligeri non sarà una passeggiata in centro prima del coprifuoco.
Per loro fortuna Badelj non è in serata e Rado ha l’alibi per la consueta lentezza.
I due ovviano con la posizione e lasciano il pallino e il dinamismo al ragazzino biondo che s’arrovella.
Mentre i gialloblu conducono e ci si chiede quando i nostri anticorpi crolleranno, si ha il tempo per valutare i nuovi ingressi del Fagiano Prezioso.
L’uzbeko sembra dare la stessa confidenza al pallone che dalle sue parti darebbero a un kazako, ma si muove parecchio ed è presto per giudicarlo. Però pare una seconda punta o forse non è neanche una punta, dato che in Uzbekistan le punte non esistono, semplicemente come una volta all’oratorio, quelli più bravini e prestanti si mettono davanti, altrimenti nessuno si sarebbe sognato di definirlo il “Messi Uzbeko”.
Da uno sciagurato intervento che innesca il contropiede di Colley, si intuisce che Czyborra non sarà MVP ma rimane comunque in corsa per il seminatore d’oro.
Per nostra fortuna l’uomo pelato col nome da parrucchiere ha registrato la difesa in analogico e Bani aggiunge gambe (finché ne ha) testa e marcatura. Zapata sfodera una rara prestazione eccellente e Masiello torna il serial killer ammirato tempo fa su Netflix.
Il primo tempo finisce con un intervento non serial ma killer del macedone.
Chiesa a Crotone è stato espulso per molto meno ed è l’unica nota che fa sorridere al rientro nelle distanze docciali degli spogliatoi.
Si riparte come si era finiti, attendendo la seconda ondata sperando non sia più violenta della prima, che per fortuna sembrava di essere in Basilicata e non nel Nordest.
Il problema, come da un anno e mezzo a questa parte, è davanti e allora mentre il Verona fa la voce grossa e, pur senza sbilanciarsi troppo, prova a prendersi la scena come Zaia nella Lega Nord, il Favilli di Tashkent (sarà meglio di quello di Pisa?) lascia il posto a Scamacca, di cui per ora segnaliamo un tatuaggio che ricorda le origini di Lapadula. Dall’altra parte entra Salcedo e fa volare Perin, entra Zaccagni e Goldaniga lo saluta come si fa tra vecchi amici.
C’è tempo per Omeonga travestito da giovane della Primavera e per il retrovirale Parigini, ultimo forcing dei gialloblu e il minimo indispensabile è stato fatto.
Immuni a Verona, grammi ma solidi.

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