UNA SOLA IMMENSA LUNA PER UN GENOA STELLARE

Autore: 
delcu

All’Equatore, due volte all’anno (anche tre o quattro, se è una stagione fortunata) si verifica un fenomeno meraviglioso, ancorché spiegabilissimo e naturale. La luna, quando raggiunge la sua pienezza, la massima rotondità, si appoggia lentamente sulla linea dell’oceano e davanti ai tuoi occhi si prende la metà del cielo. Ne puoi ammirare per intero i crateri, le linee reali e immaginarie che diventano disegni e non più stimmate di un volto.

E’ uno spettacolo che non può lasciare indifferenti, è qualcosa di ancestralmente magnetico con un forte potere evocativo, a cui si aggiunge la certezza della condizione umana, l’istinto delle passioni, la schiavitù dei sentimenti, la gloria dell’amore, il buio di paure mai sopite e il percorso accidentato di ansia e sofferenza, di speranza e devozione.
Quell’enorme luna è lì, davanti ai nostri sguardi rapiti, a spiegarci il senso primitivo della vita e allo stesso tempo riempie la scena con cotanta bellezza che rappresenta l’immutevole mutevolezza dell’animo umano, nei secoli. Ecco forse svelato il segreto di tanta attrazione: tutto ciò è un frammento di eternità. Nella savana equatoriale i vecchi raccolgono erbe curative e radici medicamentose perché da sempre si tramanda che con una luna così siano più efficaci, per alcuni attimi anche i poveri e i dimenticati hanno in mano le chiavi della felicità, si sentono guardiani del tempo e del cosmo.
Ieri sera la luna non era ancora al massimo della sua rotondità, in Africa. Lo sarà martedì, ma qualcosa nell’aria dice ai pescatori di sailfish, ai navigatori di breve corso e d’instabili gusci di mango, che sarà una luna bellissima, indimenticabile. Già, perché non è detto che sia sempre splendida, quando è enorme. A volte le nuvole la nascondono, la pioggia ne limita lo splendore. E spesso ci vogliono anche le stelle, per rendere la visione un capolavoro della Natura.
Ma ieri, con leggero anticipo sui tempi del creato, nel cuore di migliaia di persone in gran parte concentrate in un Tempio, ma anche sparse per il globo terracqueo, era una di quelle due volte all’anno. Fenomeni che ci sforziamo di considerare normali, ma che le nostre pulsioni non potranno mai catalogare soltanto come roba per scienziati, materiale da statistiche. Niente di paranormale, intendiamoci, solo corsi e ricorsi che entrano di prepotenza nella memoria collettiva, trafiggendo l’anima rossoblu. Periodiche tappe di quel sogno a volte un po’ incubo che è la vita, a cui ci si prepara sempre come al primo appuntamento con la fidanzata che in cuor nostro è già sposa e in un’esistenza precedente è stata madre, figlia e amante di strada.  
Ieri sera è stata contemplazione pura, con pochissime concessioni al lato oscuro di quello che solo un uomo minore chiamerebbe satellite, immaginando di costruirvi un residence, di organizzarvi viaggi vacanze e di dedicarsi sulla crosta dura all’amato hobby del ciclismo.
L’immensa luna del derby è apparsa nella Nord, ha invaso il tempio e stava dalla parte giusta, quella da cui se ne possono osservare e decantare le sfumature: macchie di classe nelle giocate di Milanetto, Palladino e Palacio, precisione e armonia d’insieme da Moretti a Criscito, dove ha inizio il disegno celeste, moto perpetuo di rotazione di Juric, Rossi e Sculli, mistero nell’irregolarità di Bocchetti, leggero sfasamento di Biava e pura, astronomica osservazione in Amelia.
Tutto il pallore bianco intorno, era sui volti di undici turisti da volo charter-shuttle della Ryan Air, inghiottiti ai margini dei buchi delneri. Chissà che questa volta non si sia commosso anche Trismegisto Gasperini, freddo calcolatore scienziato della sfera di cuoio. Uno dei suoi allievi prediletti, Talete Palladino, scrive in babilonese sul suo almanacco che si è emozionato per la prima volta davanti a quello spettacolo straordinario. La luna rossoblu prendeva tutta la gradinata, appena sopra il grande mare verde che s’ammantava d’una tempesta conosciuta, di una bolgia matematica solo per chi non ne conosce i motivi. Canti e danze come invocazioni a divinità dalle sembianze umane, testimoni di una scienza poco occulta. Rito collettivo in grado di scatenare un sentimento naturale per più di metà del creato e più o meno consapevolmente invidiato dagli altri.  
Ieri sera anche chi solitamente è chiamato a dirigere il traffico celeste, in questo caso Rosetti, si è piegato al grande evento con dedizione e onesta applicazione di regole che in tali frangenti servono soltanto a rabbonire gli stolti e indicare la via ai miscredenti. Il cielo sopra la lanterna si è specchiato in un fazzoletto di perfezione (“…l'universo diventa un grande teatro degli specchi dove qualsiasi cosa riflette e significa tutte le altre”), ha proiettato immagini di fantastica celeste costruzione. Ecco, quando si usa il termine “galattici”. La luna siamo noi, un popolo che si fa tutt’uno, una sola immensa Luna e quando il Genoa è stellare non c’è niente di più grande.
E’ amore, bellezza allo stato puro.
E’ senso e mistero insieme, ragione di vita, follia d’avventura. Viaggio, stasi ed estasi.  
E’ quasi Dio.
Sotto lo sguardo della Luna, mare e terra si sono fatti una sola cosa, attraendoci dal primo all’ultimo minuto dello spettacolo con l’arte dell’incantesimo. La vista si è abbagliata solo un attimo, un lampo di rosso sventolato sul volto di Biava, mentre Don Rodrigo stringeva i denti imprecando. Ma la straordinaria energia trasmessa da un fenomeno che noi meglio di chiunque altro sappiamo interpretare con il cuore, senza la fredda lucidità del calcolo ma con la visione intera di chi conosce la storia, ci ha portato al traguardo della serata in un crescendo wagneriano di esaltazione. Palloni come meteoriti, viaggi interstellari dalla propria metacampo all’area avversaria, diagonali celesti e illuminazioni estemporanee di astri, applicazione degli schemi di giocatori come pianeti del sistema solare, rotte vecchie e nuove attaccando gli iperspazi e fantasie di conquista che si fanno realtà, in una via lattea mai così fulgida. 
In tanti anni, per me quasi quattro decenni e per molti ancora di più, questo spettacolo periodico non era mai stato così assoluto, così deflagrante e allo stesso tempo palese, fluido, respirabile.
E questo perché c’è solo una luna che sa farsi immensa e rossa nel grande cielo blu. E c’è solo una squadra che sa farsi stellare ed eterna a Genova.