Pensieri capitalisti di un bieco reazionario

Era il 9 novembre 1989, il Muro di Berlino prima vacillò, poi crollò di schianto. Provai una grande gioia per chi in quei momenti lasciava alle sue spalle una feroce dittatura e si avventurava lungo la scomoda strada della libertà. Quella sera assistetti all’agonia del comunismo, ringraziai il buon Dio per aver posto la parla fine a quel flagello e chiesi in maniera un tantino impertinente perché diamine avesse atteso tanto. Un fotogramma tra i molti di quella sera mi rimase impresso e solo in seguito mi suggerì alcune riflessioni: una Guardia di Frontiera della DDR mentre la fiumana dei suoi compatrioti andava gioiosamente ad ovest ignorandolo, si accese nervosamente una sigaretta guardando la folla entusiasta con scoramento; nel suo volto si notava tutta l’incertezza per l’avvenire e tutta l’amarezza del presente. In quei giorni provai una felicità intensa, sentendomi come un soldato dell’esercito vittorioso che pur non avendo compiuto nulla di memorabile partecipò al “conflitto” combattendo con la sua divisa e per la sua bandiera. Subito montò il desiderio di assestare una pedata al cattolico ecumenico e conciliare che aveva assecondato nei fatti il nemico scambiando la stretta via verso il Paradiso per un “sendero luminoso”, al signorino di buona famiglia il quale si era defilato dalla lotta vedendosi intercambiabile con il capoccia della nomenclatura, azzimato e burocratico con le terga pesantemente poste su una Zil, accomunato al dirimpettaio dal disprezzo per il popolo. Desiderio di cui non mi sono mai vergognato, che provo ancor oggi innanzi a certi ometti da operetta e poco caritatevolmente in alcuni casi mi sono preso la soddisfazione di assecondare. In tempi successivi i miei pensieri curiosamente non toccarono i Generali degli eserciti in lotta o i loro stati maggiori, si volsero alla truppa e mi tornarono alla memoria le immagini della Guardia di Frontiera della DDR. Tra le file avversarie vi fu chi profittò per cambiar pelle e chi rimase fedele ai propri ideali, ideali che avevo fieramente avversato ed avverso tuttora con altrettanta forza, tuttavia non esito a scrivere che agli opportunisti preferivo e preferisco di gran lunga coloro che non rinnegarono se stessi, alla peggio con questi poteva continuare a menar fendenti vedendo scorrere sul campo di battaglia del sangue e non dello spurgo. Tra le mie file avvenne un fenomeno simile, non mancarono coloro che annacquarono le loro idee al pari di molti di coloro che avevamo combattuto. Negli anni seguenti assistetti alla Stramilano verso il potere, si dimenarono in tanti giungendo da tutte le direzioni, facendo a gara su come offrire referenze di liberalismo; anche negli anni della guerra fredda vi era brama di poltrone, solo era un tantino più composta e sicuramente meno sfacciata, magari per cautela ed ipocrisia. Tra i novelli araldi del magnifico mondo dischiusosi vi furono coloro che prima, vuoi in nome dell’uguaglianza, vuoi in nome dello stato organico, lanciavano anatemi verso le imprese, i professionisti, gli artigiani ed i commercianti salvo poi impalcarsi a dar lezioni di “corretto approccio al mercato” o fare ala e corte ai banchieri centrali annuendo alle loro relazioni oppure facendo relazioni con i banchieri che centrali non erano e non sono, ma essendo seduti su una montagna i denaro altrui data la riverenza di cui sono circondati lo considerano proprio; coloro i quali gettarono all’ortiche i valori in cui avevano ostentato di credere per sedersi su una alta poltrona e si proposero come una novità, come quel tale il che sebbene iscritto al Partito Comunista Italiano dichiarò di non essere mai stato comunista oppure quell’altro il quale dopo aver blaterato del fascismo del duemila si dichiarò antifascista; coloro che si scoprirono “inclusivi” o “politicamente corretti” e si dimostrarono protesi a compiacere tutto e tutti alla ricerca di uno spasmodico consenso, disponibili ammorbare la vita con modi accigliati. Cambiare idea non è un peccato e neppure un delitto, talvolta indica una intelligenza viva ed una umiltà ignota, in altri casi mi sembra un volteggio dettato dalla convenienza. Nei mesi e negli anni seguenti il crollo del Muro si susseguirono descrizioni scenari ottimistici, le anticipazioni di un roseo avvenire, il vaticinio di una nuova età dell’oro. Nel 1989 avevo ventitre anni, vivevo sulla scia degli entusiasmi tipici della giovinezza, serbandone tutte le durezze, iniziando lentamente a cogliere le prime sfumature di grigio tra il bianco ed il nero. Ho creduto e credo nel libero mercato, nell’iniziativa privata, nella responsabilità individuale; non vivo per arricchirmi, ma il guadagno non mi spiace e senza considerare il denaro un segno della grazia mi rifiuto di considerarlo un segno della disgrazia. In questi vent’anni ho annotato come la finanza da strumento dell’impresa abbia capovolto il suo ruolo e voglia trasformare l’impresa in proprio strumento, la contabilità un tempo da mezzo di verifica sia divenuta addirittura mezzo di previsione e la trimestrale di cassa sia oramai un totem a cui sacrificare investimenti e lavoro. I centri commerciali mi sembra siano divenuti il termometro di una bizzarra febbre, tanti si arrabattano per vivere più giorni liberi dalle proprie attività e finiscono per passare i propri giorni liberi “lavorando” come “consumatori”. A mio modo di vedere si tratta di un curioso contrappasso per chi ha abbandonato Dio ed è caduto nelle spire degli idoli; non credo vi sia nulla di male nel poter disporre ed apprezzare un vasta scelta di beni che consentano di migliorare la nostra vita o di rallegrarla, ma quando si perde il lume e si passa il tempo a lavorare per guadagnare quello che si spenderà nel fine settimana per acquistare quello che si ha già immagino che un problema e non proprio piccolo vi sia. Questa scriteriata scelta pare avvallata o subita dalla classe dirigente, l’idea di modificare certe storture amplificatesi negli anni più recenti trova pochi ascolti, eppure si intravede una china a mio avviso sgradevolissima: aumentare la produzione di beni già vetusti nella sostanza ma rinnovati nella forma, aumentare i consumi di detti beni aumentando i consumatori. Senza mostrar ritegno alcuno nel solleticare anche i più piccoli con il nuovo modello di cartella oppure le scarpine alla moda, per non parlare di alcune iniziative commerciali volte a fare dei ragazzini e delle ragazzine dei consumatori in sedicesimo ventilando i bisogni sollecitati ad arte nei grandi come l’estetica portata a parossismo. In attesa che l’anarchia si consumi da se, continuo a prediligere il risparmio allo scialacquio e l’odore dell’incenso che si sente in chiesa al puzzo del fritto che si subisce in un fast food.